| Scheda critica a cura della prof.ssa Rosa Giuglio
- docente ordinario di Letteratura Italiana nell’Università degli Studi di Salerno -
Non si può certo negare, infatti, che la scrittura in versi abbia subito una forte perdita, proprio sul finire dello scorso secolo, in termini di lettori - attenzione - critica e anche interesse del pubblico. Ma, nonostante ciò, o forse proprio per questo, anche grazie – e attraverso – la testimonianza poetica di giovani autori emergenti – dei quali proprio la Izzo è senza dubbio un’esponente di rilievo, oggi è possibile registrare una rivalutazione dell’eterna attualità della poesia e del linguaggio poetico.
Ed è possibile constatare che - anche tra le difficoltà per il genere chiamato “lirica” di trovare e farsi dare ascolto dalla società – sulla pagina i versi dei poeti, invece, continuino a prendere forme e accenti; nella ricerca continua di nuovi linguaggi e nuovi schemi poetici, e in un continuo attingere (che è dialogo) con la tradizione “alta” o meno “alta”, di volta in volta recuperata anche manieristicamente o completamente rinnovata, modernizzata e “risemantizzata”. E nella poesia della Izzo, personalmente sono propensa a ritrovarvi entrambi gli atteggiamenti. Così come convivono, nella sua poesia, atteggiamenti di fondo solo apparentemente contrapposti:
- una libertà antintellettualistica di chi si affida con fiducia all’espressione immediata di sentimenti individuali,
- ma anche recupero dei modelli e degli antichi e “meravigliosi” “artifici” della poesia.
E qui viene immediatamente alla luce un altro aspetto, assolutamente non trascurabile della poesia della Izzo: il fatto che scrivere di poesia sia un vero e proprio lavoro e che il mestiere del poeta sia difatti complicatissimo e faticoso.
Devo confessare che è stato naturale per me nel leggere i versi della Izzo esserne immediatamente coinvolta al punto da condividerne percorsi interni e istanze poetiche, anche grazie ad una versificazione comunicativa, pur nella sua complessa e ricercata eloquenza.
E’ immediato scorgere, nella poesia della Izzo, la grande soggettività lirica immediata (che ha avuto un suo momento di forza e di successo proprio intorno agli anni Cinquanta del Novecento per poi essere sostituita da nuovi risultati e percorsi più sperimentali).
Una soggettività lirica immediata che è assoluta fiducia del poeta nella forza della propria trascrizione autobiografica. Vita e poesia più che mai in questi versi si identificano, dando vita a una sottile dialettica tra presente e passato.
La trascrizione autobiografica della Izzo, la sua vita nella poesia ( o la sua vita che è poesia) è una vera e propria testimonianza di vita (anche se interiore), una testimonianza che si offre al lettore attraverso squarci visionari e confessioni drammatiche (e qui non è difficile trovarvi aspetti propri dell’aurorale Simbolismo). E “Languire nella metamorfosi” (p.13), il testo che apre la silloge “I singhiozzi del tempo” ne è quasi un manifesto di poetica. In questa poesia della Izzo il pathos, che si accompagna al gesto propriamente retorico sostituisce la complessa elaborazione formale (pure presente e a ritratti tangibile) e la consapevolezza teorica (comunque a tratti accennata).
Ed è interessante che in quest’esperienza poetica si possa ritrovare anche una forte accentuazione mistica (e forse “Ferite che sanguinano” potrebbe esserne una testimonianza visibile (p.39 – “corre lontano….”).
Il libro di poesie, la raccolta poetica della Izzo non si presenta, dunque, con una veste consueta e distaccata (forse anche per questo il lettore ne viene immediatamente coinvolto): siamo davanti a una sorta di memoriale, di diario, con forti punte di drammaticità e di realismo (nonostante tutto quanto sia stato detto) che resta come attenuato dalla forza di un linguaggio visionario, di uno stile che definirei, senza dubbio, onirico. Eppure la voce della poetessa è portata così come dovrebbe essere sempre per ogni esperienza poetica (e questo aspetto tra l’altro gioca molto anche per la riuscita dell’operazione poetica) a un tono di purezza e di intensità in grado di esprimere più di un’espressione soggettiva.
La voce del poeta, e in questo caso della Izzo, deve rappresentare e quindi rappresenta un grido unanime, una istanza collettiva, per diventare appunto un messaggio universale.
La Izzo si fa, dunque, portavoce di un inquietudine profonda che appartiene sì all’esperienza personale dell’autrice, ma appartiene a ognuno di noi lettori, al nostro periodo storico: ogni lettore può ritrovare in questi versi le proprie inquietudini, le proprie paure, i propri tormenti esistenziali ma anche le possibili e impossibili isole di felicità.
E’ una poesia questa che, riprendendo un sintagma di grande suggestione, canta e piange la caduta degli “angeli ribelli”.
E’ presente in questi versi lo sradicamento e il disagio del poeta che canta nel nuovo millennio. Tutta la poesia della Izzo esprime i valori spirituali che fondano l’esistenza. E la riflessione sulla guerra, anche attraverso la rievocazione dell’eroica figura di Giovanni Palatucci: “il messaggero della pietosa umanità” che avrebbe potuto volare e invece - dice la poetessa – “decise di rimanere a terra” è una riflessione sulla crudeltà e ingiustizia di ogni guerra, di tutte le guerre. Una riflessione che mette in crisi pure l’io lirico della poetessa, che non rinuncia anche nella sofferenza della testimonianza al tentativo di veicolare un messaggio di pace, nonostante tutto. Di qui anche l’immediata necessità di passare a forme impersonali di narrazione poetica alla prima persona plurale, come se l’io lirico si unisse in un abbraccio simbolico all’io di ogni potenziale lettore, che condivide, come in un patto autobiografico il percorso e le riflessioni della poetessa:
p. 36-37
“come si può dimenticare…?
No, non possiamo … non potremo…” (lirica dedicata al questore Palatucci)
P. 29
“Non ci rimane che piangere…” (lirica dedicata ai caduti di Nassiriya)
mi hanno colpito tanto questi frammenti di poesia impegnata qualità, anche perché la riflessione della poetessa sulla guerra e sulle solitudini diventano da testimonianze pretesti narrativi per comunicare in forma tragica il sentimento assoluto della precarietà e della fragilità degli esseri umani a contatto con la presenza incombente, straniera e incomprensibile della morte (di ogni morte, anche metaforica). La guerra può diventare allegoria di una condizione intersoggettiva; una drammatica allegoria dell’esistenza umana fuori dal tempo (e non dimentichiamo che qui il tempo è costruito per frammenti, scaglie, singhiozzi, visibili anche sulle pagine nell’intermittenza dei versi) e fuori dalla storia del singolo individuo.
E isole allegoriche sono tutte le espressioni calate nella crudeltà della storia. Eppure, proprio da queste scaturisce l’esigenza della poetessa di sottolineare la forza e la persistenza della vita, nonostante tutto, la cui energia affiora nello spettacolo meraviglioso della natura. Ma affiora anche nella pronuncia di valori universalmente umani (quasi una preghiera): la solidarietà, l’innocenza, l’onestà, la religiosità.
E’ in questi momenti - squarci di brevità - lampi - singhiozzi anch’essi, che le schegge dell’identità perduta vengono ricomposti (con gioia e quasi stupore) per poi essere riperdute di nuovo. Ed è quasi naturale che tutto questo “viaggio della verità” che è la vita, come dice la Izzo, si traduce in una pronuncia poetica che sottolinea la fatica del viaggio, la sofferenza ma anche la gioia, collocata in minuscoli frammenti temporali. Tutto è vissuto ed è stato riscritto da una sensibilità che definirei barocca: sia per le ricorrenze tematiche: lo scorrere del tempo, l’intreccio di vita e morte, la sensualità delle immagini naturalistiche e non e del linguaggio poetico.
Ma barocca anche per alcuni tratti stilistici, il gusto per le metafore, l’analogismo, l’ellissi, la paratassi, ecc.. Ed eccoci giungere ad una riflessione sulla forma poetica della Izzo assolutamente indipendente da schemi stilistici e tematici predeterminati in nome della libertà dell’espressione soggettiva che segue le pause e i flussi di parole che inondano le pagine bianche all’altezza dell’incalzare della ribellione della poetessa. La poetessa alterna l’uso di terzine, di poesia-prosa di versi sciolti graficamente sistemati con precisa volontà semantica.
E’ evidente nella lingua della Izzo, la ricerca di formule espressive originali che giungono a soluzioni formali inedite (o al recupero comunque originale dei materiali dalla tradizione consolidati).
Proprio perché, e non mi dispiace sottolinearlo ancora, la lingua poetica è fortemente soggettiva e metaforica non è importante la coerenza del discorso quanto l’evocatività delle singole immagini e delle singole parole, realizzata, oltre che per i motivi già elencati, anche attraverso l’uso fortemente semantico della punteggiatura. Anche lo sgretolamento della tradizionale eloquenza poetica (ottenuto anche grazie alla perdita di valore e di frequenza delle rime) è volto a semplificare all’estremo la pronuncia dell’io: rendendola più tagliente e di forte suggestione. Una lingua e uno stile (ma anche uno schema) del dolore, volti a cantare il dolore e la lotta continua per superarlo, per vincerlo,volti a raccontare un viaggio verso isole di felicità, anche se solo per un attimo.
E così mi piacerebbe concludere, soffermandomi proprio su queste isole di felicità, sui luminosi messaggi di speranza che la poetessa non dimentica di affidare alle sue parole: “Il coraggio di vivere” diventa un inno alla vita (nonostante il dolore) come nel “Dono di esistere” e “Controluce” il canto dell’io si traspone nel canto corale di tutti gli uomini, e nella lotta e nel cammino di ognuno per e verso la felicità.
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(Recensione critica alla silloge “I singhiozzi del tempo” di L. Izzo, curata dalla prof.ssa Lorenza Rocco Carbone, saggista, scrittrice e direttore della rivista bimestrale di cultura “Sìlarus”, pubblicata nel n° 267 Gennaio – Febbraio 2010)
“I singhiozzi del tempo” di Luigia Izzo
Lorenza Rocco
“Poesia è il mondo/l’umanità/la propria vita (…) Quando trovo in questo mio silenzio/una parola/scavata è nella mia vita/ come un abisso”. I versi di Giuseppe Ungaretti rendono la concezione estetica ed esistenziale di Luigia Izzo, che nel silenzio ritrova la parola allusiva ed evocatrice che rende le “intermittenze nel cuore”. Ci sono parole-chiave ricorrenti nei suoi versi: ATTIMI – MEMORIA – TEMPO- SILENZIO - PAROLA - MARE – ONDA. “Singhiozzi del tempo”. Nomen est omen. Nel titolo è il senso della silloge. Il tempo tutte le cose trasforma e ricopre di una coltre di oblio. Indifferente e implacabile. Singhiozzo è la percezione del fluire della vita. L’attimo scivola via senza lasciare traccia o segnando indelebilmente. Il sussulto-singhiozzo sottolinea lo sgomento della solitudine, il senso del vuoto, l’impossibilità del comunicare, la mancanza di autenticità, l’ansia della verità. Muri, contro cui si infrange lo slancio d’amore dell’anima.
L’impatto tra il mondo interiore e la realtà esterna produce frizioni continue nell’aspirazione ad un’armonia che diventa un miraggio, mentre la parola sempre più scarnificata ed essenziale ambisce alla lirica pura. Nell’incipit i versi di Jim Morrison: “Basta un attimo per ricordare la vita, ma a volte non basta una vita per ricordare un attimo”. In una rapida prosa “Languire nella metamorfosi”, L. Izzo anticipa il senso del suo poetare: l’ostinata fuga dell’esistenza nel suo precipitare lento e inevitabile, le voragini silenziose del tempo, i luoghi predestinati alle metamorfosi dell’anima, che a volte si assopisce nei suoi meandri. Improvvisi i versi illuminano come un lampo nella notte. Non spiegano, alludono, evocano, stupiscono, colpiscono. Ecco perché ogni spiegazione toglie bellezza alla poesia. Occorrerebbe solo corrispondere al suo risuonare, in relazione alla sensibilità del fruitore…Non a caso per Borges “i poeti ci leggono dentro di più di quanto noi possiamo leggere loro… anche se nessun poeta sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere”. “Le parole, nota Alberto Granese nella prefazione, sono luce dell’anima, svelano inattesi bagliori, impalpabili luminescenze”. Poesie come dono di sé agli altri nella capacità del poeta di universalizzare stati d’animo, di trasfigurarli in immagini che suscitano risonanze interiori, vibrazioni, stupori, trasalimenti.
Al di là della scala dei significati la poesia è da intendersi nella scala della fisicità della parola. Parola che è suono e ritmo. Il suono genera immagini, emozioni, musicalità, revêrie. Poesia che è essa stessa musica, ipertesto che fonde parole, musica, immagini. La poesia può considerarsi uno spartito che ha le sillabe come note. Ogni poesia ha un suo ritmo che è dato dalla cadenza degli accenti nel verso. L’intrinseca musicalità della poesia ne fa “l’armonia per eccellenza. L’empito lirico di Luigia Izzo si snoda in interferenze dei linguaggi artistici: poesia – musica - pittura.
Poesia come colore. Colore come categoria della sensibilità. Infiniti sono i colori dell’amarezza, ma la solitudine è bianca o verde. Stupisce in una giovane la consapevolezza del mal di vivere, che non preclude però la speranza, né fiacca il coraggio di vivere perché “l’esistere è un dono”, nonostante le ambiguità, le ingiustizie, le guerre, le infanzie negate e violate, nonostante i crimini contro l’Umanità, ieri come oggi. La lirica dedicata a Giovanni Palatucci è esemplare delle istanze etico-civli che sottendono una poesia sostanzialmente esistenziale, cui fa da sfondo la natura, mentre si nutre di radici, di affetti, di memorie. E lo specchio diviene simbolo e metafora dell’anima che aspira a ritrovare la parola che colga, al di là delle apparenze, l’autenticità e la verità. La poesia come sofferto lavoro di scavo e, soprattutto, mistero. Lucidamente scrive Italo Calvino… “Che la poesia sia aspirazione, intuizione, voce dei tempi, rispecchiamento delle strutture sociali o presa diretta della psicologia del profondo…sempre resta un enigma. Come si arriva alla parola scritta, ad una sfilza di note sulla pagina bianca?”
Di poesia, invero, si può discutere all’infinito e magari dire cose illuminanti. Ma è solo quando si entra fisicamente in contatto con il singolo testo poetico che la poesia cessa di essere un’astrazione e un’aspirazione per trasformarsi in realtà. Ecco che le nostre note vogliono essere soprattutto un invito alla poesia a 360 gradi. Il lettore-fruitore scoprirà ben altro e…oltre.
Luigia Izzo, I singhiozzi del tempo – Edizioni albatros, 2008.
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